La pinsa: cos’è, le origini e le curiosità

Il successo della pinsa si misura, tra le altre cose, grazie alle numerose “pinserie” aperte negli anni: un prodotto che fa gola e richiama una gran numero di clienti in Italia e non solo.

Sì, proprio la pinsa e non la popolarissima pizza: stiamo parlando infatti di una sua variante, diversa nella forma e nella preparazione, che negli anni ha conquistato i palati di un pubblico sempre più ampio.

Ma andiamo a vedere quando è nata, cos’è esattamente e quali sono i principali aspetti che la differenziano dalla pizza.

Le origini della pinsa: tra mito e realtà

Attorno alla storia della pinsa si leggono davvero tante curiosità.

L’aspetto più interessante è che per spiegare le sue origini vengono richiamati persino i racconti dell’antichità e dell’epica. Per affrontare questo tema, infatti, va fatta inizialmente una distinzione tra la leggenda che si è creata attorno alla nascita della pinsa – che ancora oggi viene tramandata con scritti e immagini in molte pinserie – e i fatti che portarono alla realizzazione delle prime focacce ovali agli inizi del nostro secolo. La certezza è che la pinsa nasce a Roma, tanto che viene conosciuta anche con il nome di pinsa romana. Ma andiamo con ordine.

Da più parti la nascita della pinsa viene fatta risalire a diversi secoli fa nel Lazio, ai tempi dell’antica Roma. I contadini che lavoravano nei dintorni della città producevano grandi quantità di farina, la maggior parte della quale veniva messa sul mercato, e le scorte di materiale grezzo avanzate, che non venivano buttate perché troppo preziose, venivano impiegate dai contadini per realizzare delle piccole focacce schiacciate dalla forma allungata: da qui il termine «pinsa». Non a caso l’etimologia della parola si rifà al latino, dal verbo pinsère (schiacciare, allungare), confermando così le origini romane: il verbo richiama il gesto compiuto da chi schiaccia l’impasto per allungarlo prima di infornare la focaccia.

Quando si parla di pinsa viene scomodata persino l’Eneide di Virgilio, scritta nel I secolo A.C. Nello specifico, nel VII libro del poema si parla dell’arrivo di Enea nel Lazio, accolto dal re Latino e dalla figlia Lavinia, sfamato dopo il lungo e stancante viaggio con prodotti locali. In particolare, tra i cibi serviti a Enea, viene descritta una gran forma di focaccia allungata che viene presentata come un pasto povero con farine grezze e impastate solo con acqua e sale. Questa, secondo molti, sarebbe la prima vera testimonianza storica della pinsa romana.

Tutto vero? Così non sembrerebbe. In realtà della pinsa non vi è mai stata traccia nei secoli scorsi nelle terre del Lazio, né tantomeno nella mente del poeta Virgilio quando scrisse l’Eneide.

C’è infatti chi pensa invece che la pinsa sia un prodotto molto più recente, addirittura dei primi anni 2000. Ciò nonostante, il mito delle antiche origini romane della pinsa è rimasto intatto nella tradizione popolare, tanto che ancora oggi in molte pinserie viene tramandata questa narrazione dalle lavagnette e dalle immagini all’esterno dei locali.

Alla scoperta della pinsa: una pizza più “allungata” e leggera

Quando parliamo di pinsa dobbiamo partire innanzitutto dalla sua forma, l’elemento che più di tutti la contraddistingue. Si tratta di una gustosa focaccia, o schiacciatina, che presenta una dimensione tipicamente allungata. Viene preparata con farina di riso, frumento, soia e pasta madre: la sua forma ovale la rende inconfondibile.

La pinsa garantisce un’alta digeribilità grazie alla lunga maturazione (solitamente di durata non inferiore alle ventiquattro ore), l’alta idratazione dell’impasto (costituito all’80% di acqua), il mix di farine, la presenza di lievito madre, l’assenza di grasso animale e l’impiego di una quantità limitata di olio. Ma la pinsa è sinonimo anche di friabilità e fragranza, come si può facilmente sentire mentre la si morde.

Il successo della pinsa e la sua diffusione

Il grande riscontro di pubblico avuto dalla pinsa è testimoniato dai numeri. Basti pensare che, stando a quanto riportato dai dati Nielsen, il consumo di pinsa nel 2020 era aumentato del 184%, un vero e proprio boom: un aumento addirittura del 600%, se si prende in considerazione la somma con i dati dell’anno precedente.

Per fare un esempio più specifico possiamo citare il caso di Pinsalab, azienda che, partita da zero, nel giro di cinque anni è arrivata ad avere un fatturato di oltre 10 milioni di euro. Ad oggi si contano più di cinquemila pinserie aperte in tutto il mondo.

Le differenze con la pizza

Alla luce di quanto detto finora appaiono subito evidenti alcune delle principali differenze con l’altrettanto gustosissima pizza.

La forma ovale della pinsa è la prima cosa che la distingue dalla rotondità della pizza.

A segnare una diversità fra le due è anche la lavorazione dell’impasto: alla varietà di farine usate per la pinsa fa da contraltare una sola farina impiegata per la pizza, ossia quella bianca di grano tenero. Di conseguenza i due impasti si differenziano anche nella consistenza: se, da un lato, la pinsa presenta una friabilità e croccantezza nei bordi che fanno da controcanto alla leggerezza e morbidezza del centro, dall’altro, la pizza napoletana contiene il suo tipico soffice cornicione ai margini. Va da sé che la pinsa è un cibo più digeribile rispetto alla controparte.

Ma non c’è metodo migliore che assaggiarla per rendersi conto delle differenze tra le due.

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