L’impatto del COVID-19 sulla produzione e la vendita delle farine

La repentina diffusione del Covid-19 ha aperto una crisi senza uguali nella storia recente.

L’impatto maggiore è stato sicuramente a livello sanitario, ma la propagazione del virus a livello globale ha avuto effetti enormi anche sull’economia.

Come ha reagito l’industria agroalimentare, e in particolare il settore cerealicolo? E che effetti ci sono stati sulla produzione di farine?

Cerchiamo di rispondere a queste domande.

In primo luogo daremo un’occhiata ai dati riguardanti l’aumento dei consumi domestici, in particolare di beni alimentari, durante quest’anno di pandemia, per comprendere come siano cambiate le nostre abitudini, con inevitabili ripercussioni sulla filiera produttiva.

Faremo poi una veloce panoramica sull’industria agroalimentare e sul modo in cui ha affrontato la crisi economica e l’aumento delle richieste interne.

In ultimo, osserveremo i dati riguardanti la produzione di farine, sia di grano duro che di grano tenero, confrontando le stime effettuate nel 2020 con i risultati attuali. I dati più recenti si riferiscono all’estate 2021.

Per il paragone tra la situazione del comparto cerealicolo a distanza da un anno dalla pandemia si sono consultati il II Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19, del marzo 2020, e il IV Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19del febbraio 2021, pubblicati entrambi dall’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare).

Il boom dei prodotti alimentari e il ritorno alla panificazione domestica

Nei primi mesi di pandemia, chi non ha avuto la tentazione di fare scorte di lievito e farina, insomma di tutto il necessario per fare pane e pizza in casa? E quanti di voi hanno ceduto? Tutti abbiamo in mente i servizi dei telegiornali in cui si mostravano lunghe file davanti ai supermercati, scaffali vuoti e carrelli pieni di beni alimentari. Per non parlare della proliferazione di post su Facebook, storie Instagram o video YouTube di provetti (spesso improbabili) panettieri e pizzaioli.

La corsa all’accaparramento di scorte di prodotti per la panificazione non è stata solo un’impressione. 

In generale, tutto il comparto dei prodotti derivati dei cereali ha avuto una crescita della spesa nel 2020 pari al 3,7%. Ma il ritorno alla panificazione casalinga ha rappresentato sicuramente la tendenza principale, in particolare nei primi mesi di adozione delle forti misure restrittive che ci hanno costretti a restare chiusi in casa per molto tempo.

Tuttavia, bisogna ammettere che il ritorno alla panificazione casalinga ha causato una diminuzione delle entrate nei settori della GDO e Ho.Re.Ca. Il fenomeno ha avuto conseguenze di segno opposto:

  • da un lato la riduzione del consumo di pane sfuso all’interno di ristoranti, pizzerie, tavole calde e attività simili, che ha indubbiamente avuto un’enorme importanza sulla flessione delle vendite di pane fresco (-8%)
  • dall’altro, un sostanziale aumento delle vendite di pane industriale confezionato

In tal senso, i dati riportati da Nielsen fino a febbraio 2021 mostrano chiaramente la situazione. I prodotti derivati dei cereali che hanno registrato un maggiore aumento di vendite in volume sono stati:

  • pane a lunga conservazione (+8%)
  • pancarré (+10,5%)
  • pane da tramezzino (+13,3%)
  • panini (+19,9%)
  • piadine (+15,9%)
  • pizze surgelate (+10,5%)

Il blocco delle attività del comparto Ho.Re.Ca non ha inciso invece sulle vendite di pasta di semola. Questo perché più della metà della produzione di semola a livello nazionale viene spedita sui mercati esteri. Del restante, quindi meno della metà, il 75% delle vendite riguardano i canali della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), mentre solo il 25% interessa quelli Ho.Re.Ca. L’aumento della richiesta di pasta di semola, sia dai mercati interni che internazionali, ha quindi sopperito alla diminuzione delle vendite nelle attività della ristorazione, con vendite che hanno registrato un +45% in volume e un +53% in valore.

I dati ci mostrano inoltre un vero boom delle vendite di farine: +38%. Ancora meglio le farine di frumento tenero: ben +41,5% (in volume) e addirittura un +56,1% in valore, rispetto al 2019. 

Ma come ha reagito la filiera a questo aumento della richiesta del mercato?

L’industria agroalimentare davanti alla crisi da Covid-19

Nel corso della grave crisi sanitaria ed economica abbiamo visto come la spesa per prodotti alimentari a uso domestico abbia registrato un forte incremento, con picchi del +20% nel marzo 2020. I beni alimentari sono tornati centrali nel sistema produttivo e commerciale italiano.

Il Governo ha da subito capito la necessità di dover riconoscere un ruolo principale ai settori legati all’alimentazione. Con il Dpcm dell’11 marzo 2020 il settore agricolo, zootecnico e di trasformazione alimentare è stato incluso tra quelli «essenziali», garantendo la possibilità di continuare a svolgere le attività nonostante le forti restrizioni che colpivano il resto della popolazione e la chiusura di molti luoghi di lavoro.

In un Paese come l’Italia, caratterizzato da una forte carenza di materie prime, in particolare di grani, si sarebbe potuto pensare che l’aumento della richiesta interna avrebbe causato notevoli difficoltà alla filiera produttiva; si pensava infatti che di fronte alle devastanti conseguenze della diffusione del Covid-19 – ossia da un lato il crollo del mercato internazionale, fondamentale per l’Italia, dall’altro flussi di materia prima sempre più irregolari – l’industria alimentare avrebbe subito forti ripercussioni.

Il realtà, il comparto agroalimentare ha registrato un netto miglioramento dal punto di vista del commercio rispetto al 2019, chiuso in deficit. A fine 2020, il surplus ammontava a oltre 3 miliardi di euro. Questo risultato positivo è stato dovuto in particolare a una generale tenuta delle esportazioni (anche se con un leggero calo), associata alla diminuzione delle importazioni.

Per quel che riguarda l’industria molitoria italiana, anche questo specifico settore ha in generale reagito molto bene. Superate le criticità dei primissimi momenti della pandemia, le richieste provenienti dal mercato interno sono state infatti soddisfatte.

Vediamo ora nel dettaglio l’impatto del Covid sulla produzione delle farine.

La produzione di farine durante la pandemia di Covid-19

Nei primi mesi di pandemia alcuni studi stimavano un calo della produzione di frumento, causata anche dall’impatto negativo che avrebbe avuto la chiusura del comparto Ho.Re.Ca (ossia hotel, ristoranti e bar/catering), che assorbe la maggior parte della richiesta di farina e prodotti derivati dai cereali.

Ma a un anno e mezzo dall’inizio della pandemia di Covid-19, sembra che la situazione sia migliore di quella prevista nel primo semestre del 2020.

La produzione di grano duro

Il grano duro rappresenta una risorsa strategica per l’Italia: viene infatti utilizzato come materia prima nell’industria della pasta, che rappresenta naturalmente un importante settore per l’export dei nostri prodotti di qualità nel mondo.

Come visto, durante i primi mesi di lockdown la richiesta di pasta proveniente dal mercato interno è aumentata notevolmente. Dal punto di vista dei consumi interni, si sta tuttavia registrando una graduale tendenza che ci riporta verso i valori pre-pandemia.

A livello di produzione, si è registrato un aumento dei raccolti dell’1,5%, pari cioè a 3,9 milioni di tonnellate, come riportato dai dati dell’Italmopa, l’Associazione Industriali Mugnai d’Italia.

Le previsioni per il prossimo biennio 2021/2022 sono ancora maggiori: si stima infatti un incremento delle semine del +5,6%, il che porterebbe il raccolto complessivo a superare la soglia delle 4 milioni di tonnellate.

La produzione di frumento tenero

Parlando di frumento tenero bisogna sempre considerare che la produzione di questa materia prima sul suolo italiano non permette di soddisfare il fabbisogno nazionale, coprendo poco più del 35% delle richieste interne.

Da questo punto di vista il settore rimane quindi deficitario, e l’Italia è perciò costretta a importare grano tenero dall’estero per soddisfare il proprio approvvigionamento. Si pensi che nel 2020 l’aumento della domanda di pasta ha portato a un incremento delle importazioni, con un tassi di autoapprovvigionamento passato dal tradizionale 65-70% al 57%.

Tuttavia le previsioni per il futuro sembrano relativamente incoraggianti.

Dopo oltre un secolo, le superfici coltivate dovrebbero scendere sotto i 500.000 ettari, ma i dati indicano infatti un incremento della produzione di frumento tenero del +4% rispetto all’anno passato. In termini di volumi, si raggiungerebbe quindi la quota di circa 2,8 milioni di tonnellate. Anche la qualità media del raccolto è reputata complessivamente apprezzabile.

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